Il paese dei bimbi malati da ELETTROSMOG.

Antenne e trasmettitori sempre più vicini alle nostre case

CESANO – L’appuntato Pantanella Riccardo montò la guardia per ventitremila ore, poi morì. Carabiniere dello Stato italiano, era stato assegnato in servizio a Cesano, alle porte di Roma, campagna e villette, un posto tranquillo. Tutto quello che doveva controllare erano tre antenne, la più grande, gialla, a forma di croce. Una stazione di Radio Vaticana: 430 ettari cintati da un muro grigio. Intorno, un paese di poche migliaia di abitanti, che crebbero fino a diecimila perché la gente veniva a viverci volentieri, lontano dallo smog della capitale, ma a quaranta minuti di auto. Un buon posto per allevarci i bambini. Crescevano anche le antenne, però.

Quando l’appuntato Pantanella smise,
dopo otto anni, di fare il piantone alla porta carraia e fu comandato, per altri tre, al giro di ronda del muro grigio, le ricontò ed erano diventate più di cinquanta. Oltre non andò. Lo uccise un cancro.
Accanto al suo letto, per stilare il certificato di morte, venne il medico condotto del paese, il dottor Santi. A Cesano tutti lo conoscevano e lui conosceva tutti.

Aveva visto nascere molti bambini e molti uomini aveva veduto morire. Con scansione che nulla aveva di regolare, sugli atti richiesti dalla legge scriveva, alla voce causa della morte: cancro. L’appuntato Pantanella lasciava una moglie, una figlia ancor giovane e un sospetto antico. Il dottor Santi lo portò via con sé nella borsa che custodiva ricettario, stetoscopio e una statistica che aggiornava continuamente. Aveva riguardato tutte le cartelle nel suo studio, controllato i dati, confrontato la media nazionale, era sicuro di non sbagliare: le morti per cancro a Cesano erano di gran lunga superiori, l’inquinamento atmosferico molto più basso.

Leucemia, neoplasia tiroidea, d’altro non si moriva. Perché? Tornando all’ambulatorio con l’auto costeggiò il muro grigio, guardò i quattro totem rotanti che irradiavano la parola del Signore in Paesi lontani. Ripensò. A Lorenzo Perla, coltivatore, che apriva il frigorifero e ci sentiva la radio, come anche al telefono e lungo la grondaia. Alle disposizioni della locale scuola militare di fanteria che consigliavano di non restare in terrazza per più mezz’ora. Ai casolari che sorgevano sul terreno della stazione, un tempo abitati da coloni e ora evacuati, senza che si sapesse il perché. Gente, consapevole, andava; altra, ignara, veniva.

Il dottor Santi aveva lasciato le consegne al figlio quando Flavia Rossi, di anni quattro, si ammalò. La sua famiglia si era trasferita da poco. Erano fuggiti dal caos e dallo smog della città. Avevano scelto una villetta a due piani, messo in giardino una casetta di plastica colorata e un’altalena, comprato un’auto gialla. Dalle finestre vedevano campi e alberi a perdita d’occhio. Più, un bosco di antenne. Quella con la croce gialla svettava nella selva.

Maria, la mamma di Flavia, torturava un crocefisso quando il medico le comunicò la diagnosi per la bambina: leucemia. Si sentirono, lei e il marito, colpiti da un destino imprevedibile. Flavia fu ricoverata al Policlinico di Roma, ematologia, una cameretta con altre bambine della sua età. Soffriva, ma trovò un’amica, Giulia, nel letto accanto. Vittime della stessa sventura, i genitori si misero a parlare nel corridoio. E scoprirono di abitare nello stesso paese: Cesano, e di avere, alle finestre, un identico panorama. Nessuno di loro aveva fatto ricerche, prima; nessuno sentito voci.

Erano persone semplici, avevano cercato un posto tranquillo, l’avevano trovato e ci avevano portato la loro esistenza: lavoro, la sera in casa, saluti cortesi ai vicini, messa la domenica, amen. Nessuno conosceva le statistiche del dottor Santi. In quel corridoio, la coincidenza si fece indizio. Non passò molto e Federico, il fratello di Flavia, tornò a casa da scuola e raccontò: “C’è sempre un banco vuoto, in classe nostra”. Nessuno ci badò, sulle prime.

Federico aggiunse: “È di un bambino che non viene mai, è malato”. I genitori si guardarono e avevano la stessa domanda negli occhi. La risposta era: leucemia.

Augusto Rossi, il padre, uscì e andò dal panettiere. Poteva sembrare una reazione insensata, ma lui non era un organizzatore politico, né un agitatore, solo un padre con l’angoscia. Così andò dall’uomo che faceva il pane e domandò se poteva fargli, anche, un favore. Voleva organizzare una raccolta di firme, e di informazioni. Il pane lo compravano tutti, di lì sarebbero passati tutti, prima o poi. Se era successo ad altri, si sarebbe saputo.

Se si fosse saputo, ci sarebbe stata una reazione. Il fornaio disse sì, le sue commesse dissero sì. Un foglio fu esposto sulla bacheca delle rosette. Venne a comprarle una donna che abitava in via Senio 25. Firmò e annotò: nel mio palazzo ci sono stati nove morti di cancro, tre nella stessa famiglia.

Venne un uomo che stava in via Borgo di Sotto. Firmò e fece sapere: due ragazzi nella mia strada hanno avuto la leucemia, uno l’ ha salvato un trapianto, l’altro no. Poi arrivarono quelli che portavano le cartelle cliniche e le lasciavano al fornaio. Una, due, tre, quaranta. Neoplasia tiroidea, leucemia, neoplasia tiroidea, leucemia. Quaranta cartelle, sette di bambini. Due recavano date recenti, successive al giorno in cui Augusto Rossi era andato dal fornaio.

Nacque un comitato in difesa dei bambini di Cesano, cambiò la vita nelle case del paese. La figlia dell’appuntato Pantanella era diventata madre di due bambini. Aveva dato loro la camera più bella della casa, luminosa, due finestre esposte a sud, vista sulle antenne. Con suo marito Walter comprarono un misuratore delle radiazioni elettromagnetiche: erano sei volte la soglia di rischio. Spostarono i figli in una cameretta più angusta, lì ci fecero un ripostiglio, luminoso. Lui fece mettere i doppi vetri a tutte le finestre e impose di abbassare le tapparelle sigillando la casa di notte, anche d’estate.

Sarebbe bastato? Se lo chiedevano spesso, alle riunioni del comitato, che si svolgevano nella tavernetta dei Rossi: un grande tavolo rotondo, una macchina per cucire Singer nell’angolo. Chiamarono i giornalisti. Venne Oliviero Beha. Il suo collegamento in diretta fu annunciato con largo anticipo, per le dodici in punto. Quando gli diedero la linea aveva il misuratore di radiazioni in mano. Disse: “Fino a due minuti fa segnava sessanta, vi giuro. Ora: zero”.

Chiesero di parlare con esponenti del Vaticano: mandarono tre radiotecnici. Dissero: “Se lo Stato italiano paga le spese della rimozione degli impianti se ne può parlare”. E salutarono. La mamma di Flavia suggerì: “Scriviamo al Papa in persona, lui ci tiene ai bambini”.

Impostò la lettera il 23 giugno 2000. Concludeva: “Come pellegrini che intraprendono un lungo viaggio, ma pieni di fede e speranza, rivolgiamo la nostra preghiera al Santo Padre, affinché ci porti serenità e pace”. La risposta non si fece attendere molto, arrivò dopo soli dieci giorni. Quando trovò nella cassetta della posta la busta con le insegne pontificie, l’aprì con emozione. Non le scriveva il Papa ma la Segreteria di Stato, nella persona di Monsignor Pedro Lopez Quintana. Le diceva: “Gentile Signora, con lettera del 23 giugno scorso e relativo allegato, Ella, unitamente a un gruppo di concittadini, si è rivolta al Santo Padre presentandogli la situazione di codesta località, in cui sono collocate le antenne di Radio Vaticana. Ben comprendendo lo stato d’animo da Lei espresso e ringraziandola per la segnalazione, desidero informarla che la questione è allo studio delle autorità competenti e approfitto per porgerle cordiali saluti”. Una lettera fotocopia ricevette la coordinatrice dei Verdi, Grazia Francescato. Anche lì Monsignor Quintana ben comprendeva, ringraziava e porgeva.

Il Comitato non si arrese. Nessuna rilevazione scientifica dimostrava in modo ineluttabile il rapporto di causa-effetto tra le antenne e le malattie, questo lo sapevano. Ma sapevano anche che nessun altro posto del mondo era un tale forno a micro-onde, né aveva le stesse statistiche rilevate dal dottor Santi. Solo il sospetto sarebbe dovuto, secondo loro, bastare a far spostare i ripetitori. Partì una causa giudiziaria, avessero avuto fondi avrebbero fatto ricorso alla Corte Europea per i diritti dell’uomo. Due giorni fa si presentarono in aula. Gli imputati non c’erano. Il processo fu rinviato di sei mesi per difetto di citazione.

Adesso stanno qui, nella tavernetta con il tavolo rotondo e la Singer. Si domandano che cosa fare. Sanno di combattere una battaglia più grande di loro, ma la figlia dell’appuntato dice: “I dati dimostrano che il rischio di leucemia qui è per un bambino sei volte superiore a Roma e allora come può un genitore dormire tranquillo? Come può arrendersi?”.

Che cosa altro può fare? Una risposta sarebbe: vendere la casa e andarsene altrove, dove non ci siano totem d’acciaio nei prati e i frigoriferi non trasmettano preghiere. Perché no? La risposta la dà la mamma di Flavia: “Nessuno di noi ha miliardi in banca, per andare via dovremmo vendere queste case. Noi ci avevamo già pensato, avevamo messo un annuncio, qualcuno era venuto a vedere la villetta. Era una famiglia, sembravano bene impressionati: i due piani sopra, la tavernetta, tutto pareva di loro gradimento. Io e mio marito ci sentivamo alla fine di un incubo. Poi sono uscita in giardino, ho visto i loro figli che giocavano, ridevano e sullo sfondo c’erano quelle cinquantotto antenne. Non siamo ricchi, ma abbiamo una coscienza. Lei gliela venderebbe, a una famiglia serena, questa casa?”.

Le radiazioni elettriche, magnetiche, elettromagnetiche e geopatiche, sono la causa principale dell’insorgenza di molte patologie. In tutte le case possono essere presenti delle perturbazioni cosmo telluriche, gas Radon ed elementi inquinanti ma da 40 anni è presente sul territorio nazionale una ditta specializzata in rilevamenti ambientali. Le sue perizie servono ad individuare la presenza di inquinanti e rimuoverli o eliminarli  in un progetto di prevenzione a tutela della salute. La ditta qualificata e certificata è
www.ferrari-casaesalute.it 
un sito da consultare attentamente.

 

AUGURI E BUONA SALUTE A TUTTI.

 

 

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