Essere se stessi: il conflitto perenne dell'Umanità

MARTIN BUBER FILOSOFO RICERCATORE STUDIOSO

Il valore più grande da perseguire è quello di riuscire ad esprimere la propria specificità, unicità, peculiarità: il fatto di essere irripetibili nell’esser se stessi.

Se partiamo dal presupposto che ciascuno viene al mondo portando se stesso, per esprimere un qualcosa  che prima non c’era, ogni nuovo bambino che nasce porta, o dovrebbe portare, un qualcosa di nuovo. A questo proposito  Martin Buber, ne Il Cammino dell’uomo (edizioni Qiqajon)al capitolo “Il cammino particolare”, afferma:

“Con ogni uomo viene al mondo qualcosa di nuovo che non è mai esistito, qualcosa di primo ed unico (…) ciascuno (…) ha l’obbligo di riconoscere e considerare che lui è unico al mondo nel suo genere e che al mondo non è mai esistito nessun uomo identico a lui. Se infatti fosse già esistito al mondo un uomo identico a lui, egli non avrebbe motivo di essere al mondo! Ogni singolo uomo è cosa nuova nel mondo e deve portare a compimento la propria natura in questo mondo.”

Qui entriamo nel campo della propria nota distintiva, di quel bambino che ciascuno di noi è stato. Ma questa nota particolare, peculiare, unica nel suo genere, può essere accolta, accettata, valorizzata, rispettata, oppure no. E se non sarà accettata, valorizzata, rispettata, con moltissima probabilità, non sarà neanche espressa nella vita.

Se noi, ad esempio, in un bambino piccolo, o anche in una persona adulta, interpretiamo in maniera negativa uno slancio, il piacere che si ha nel fare qualcosa, il soggetto fonderà il suo sentimento d’identità, non su se stesso, ma su qualcosa d’altro che gli deriva dall’assimilazione di un comportamento che non viene da se stesso, ma dagli altri.
Il bambino non vedendo riconosciuta in se stesso, la liceità di certi atteggiamenti, di certi comportamenti, di certe sue parti naturali, crescerà come se queste parti di sé non gli appartenessero, tenderà a reprimerle, sottraendo così l’apporto che può dare al mondo in maniera creativa.

La creatività infatti è strettamente legata all’originalità. È l’originalità che ci porta ad essere creativi e non ripetitivi.
L’opposto di originale è “copia”, “fotocopia” è un qualcosa di ripetitivo, imitato. Il contrario della creatività è dunque la ripetizione, l’imitazione, mentre la creatività è qualcosa di nuovo che nasce spontaneamente, altrimenti c’è il già conosciuto, il già fatto che viene portato avanti, il ripetere che diventa rassicurante perché lo conosco e non  mi serberà mai delle sorprese.

Per portare la mia nota, io devo avere lo strumento adatto. La nota è un qualcosa che ha a che fare con l’Io profondo. Potremmo anche dire che ha a che fare con l’anima,col soffio universale e questo soffio (Spirito) ha bisogno dello strumento in cui soffiare. Se ciò non avviene, assistiamo a quel fenomeno davvero triste di persone inanimate, carenti di anima, personalità stereotipate che seguono i loro copioni di vita sempre uguali a se stessi.

Questo percorso ci aiuta a comprendere il valore che si attribuisce, in psicosintesi, al lavoro sulla personalità, cioè sullo strumento, affinché la nota, nella sua unicità, irripetibilità, possa esprimersi.

Se c’è uno strumento difettoso, si emette una nota stonata. Da qui l’importanza di prendersi cura di questa personalità per poterla revisionare, accordare, proprio come uno strumento musicale.

Daniele De Paolis

 Condiviso e dibattuto per almeno 50 anni e spero di continuare.

Imago dal web.

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