Inquinamento elettromagnetico, analisi della situazione.

INQUINAMENTO SEMPRE PIU' SELVAGGIO

Analisi della situazione normativa in materia di antenne ed altre infrastrutture di telecomunicazione dopo la dichiarazione di illegittimità costituzionale del Decreto cd. Gasparri (D.lgs 4 settembre 2002, n.198)

A cura di: Tiziana Beomonte* e Guido Santonocito**

il nostro testo commentato in termini giuridici sulla vicenda. In termini più politici va posta in luce la posizione poco istituzionale del Ministro Gasparri il quale sulla stampa ha definito il Decreto Lgs 198/2002 come un decreto Ponte in questo senso mancando di rispetto alla Corte Costituzionale e al nostro Paese e pensando forse che un ministro possa emanare normative con libero arbitrio e senza rispettare la costituzione.

E’ evidente che così non è e se il Decreto Ponte è illegittimo non può che esserlo quella serie di norme (Codice delle Comunicazioni) che di esso sono un vero e proprio clone.

Non ci sarà necessità di un nuovo giudizio della Corte Costituzionale probabilmente saranno sufficienti laddove vi fossero impugnative da parte dei gestori le sentenze dei TAR. A questo punto visto che comunque il nostro Paese ha necessità della tecnologia è forse arrivato il momento di far comprendere agli stessi gestori che le scorciatoie sono inutili e dannose e che è giunto il momento di dare reale applicazione alla legge quadro che con i suoi piani delle antenne e il principio di giustificazione tecnologica rappresenta la soluzione più avanzata possibile.

Con una decisiva pronuncia del 25 settembre 2003, depositata in cancelleria e pubblicata in G.U. in data 1 ottobre 2003, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’intero decreto legislativo n.198 del 4 settembre 2002 (Disposizioni volte ad accelerare la realizzazione delle infrastrutture di telecomunicazioni strategiche per la modernizzazione e lo sviluppo del Paese, a norma dell’art.1, comma 2, della legge n.443 del 21 dicembre 2001).

Si tratta del terzo intervento della Consulta, inerente la stessa materia, volto a dirimere i conflitti tra lo Stato e le Regioni, con cui si restituiscono a queste ultime le proprie competenze, così come previsto dagli articoli 117 e 118 della Costituzione.

La prima pronuncia, la sentenza della Corte Costituzionale, n.382 del 7 ottobre 1999, risolse in senso favorevole per la Regione Veneto il conflitto di attribuzione sollevato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri in merito alla legge concernente “la prevenzione dei danni derivanti dai campi elettromagnetici generati da elettrodotti – regime transitorio”, che fu riapprovata il 29 luglio 1997 a seguito del rinvio del Commissario di Governo. Detto rinvio, analogamente a quanto poi sostenuto col ricorso del Presidente del Consiglio alla Consulta, si incentrava essenzialmente su un duplice ordine di motivi:

- in primo luogo, veniva affermata l’invasione da parte della legge regionale, delle competenze statali in tema di determinazione di valori campo elettrico e magnetico;
- secondariamente, si sosteneva l’avvenuta lesione dell’interesse nazionale e di quello di altre regioni. La regione Veneto, infatti, aveva adottato dei limiti notevolmente inferiori rispetto a quelli imposti dalla vigente normativa statale, determinando in tal modo, a parere del ricorrente, uno squilibrio tra le regioni con conseguente aumento di costi gravante sugli utenti di tutto il territorio nazionale.


Attraverso un analisi generale della normativa di riferimento anteriore alla legge n.36/2001 emergevano, invero, in capo allo Stato unicamente compiti di “fissazione dei limiti massimi di esposizioni relativi a inquinanti di natura chimico, fisica e biologica (…) relativamente all’ambiente esterno e abitativo di cui all’art. 4 legge 23 dicembre 1978 n.833″ (XIV co., art.2 legge 8 luglio 1986 n.349 – istitutiva Min. Ambiente).

Tuttavia il Governo in due occasioni (anche relativamente alla legge regionale del Lazio del 1995) aveva finito col censurare una legittima azione normativa delle regioni di carattere cautelativo e prudenziale, ricorrendo impropriamente ad un concetto di competenza esclusiva volta ad assicurare condizioni di salute uniformi per tutto il territorio nazionale.

La previsione di una disciplina più garantistica da parte della regione non sarebbe sufficiente a configurare un’invasione della competenza statale mai potendosi ravvisare, in tal modo, il superamento di presunti limiti costituzionali alterando il principio di uniformità ed omogeneità dei criteri di tutela.

Del resto l’evoluzione normativa degli ultimi anni ha attribuito allo Stato nella materia urbanistica competenze di coordinamento e di indirizzo relative alla “identificazione delle linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale con riferimento ai valori naturali e ambientali (…)”(art.52 I co. Dlgs31/3/1998 n.112) e ulteriori funzioni e compiti di mero carattere residuale. Nell’ottica del principio di sussidiarietà, ispiratore del decentramento amministrativo realizzato con il Dlgs 31/3/98 n.112 sono conferite alle regioni e agli enti locali tutte le funzioni amministrative relative alla cura degli interessi e alla promozione dello sviluppo delle rispettive comunità non espressamente mantenute allo Stato, configurando, in tal modo, una graduale attribuzione di compiti e funzioni alle autorità territorialmente e funzionalmente più vicine ai cittadini interessati.

Pertanto la Corte Costituzionale per risolvere il conflitto si appropria del concetto di urbanistica le cui funzioni sono attribuite alla regione sin dalle prime fasi del decentramento amministrativo contenute nel DPR 24/7/1977 n.616.

Il relativo art.80, infatti, definisce la materia urbanistica come disciplina “dell’uso del territorio” in termini di omnicomprensività.

Essa concerne in particolare gli aspetti virtualmente accessori ma funzionalmente collegati, ossia quelli “conoscitivi, normativi e gestionali riguardanti le operazioni di salvaguardia e di trasformazione del suolo nonché la protezione dell’ambiente”.

Altrettanto prive di carattere di invasione delle competenze legislative dello Stato risultano le norme regionali in tema di assistenza sanitaria intesa come complesso degli interventi positivi per la tutela e promozione della salute umana.

Alle regioni e ai comuni spetta dunque il compito di seguire la strada tracciata dalla legge regionale del Veneto ed inevitabilmente confermata dalla nuova legge quadro sull’inquinamento elettromagnetico che all’art. 8. (Competenze delle regioni, delle province e dei comuni) testualmente prevede “I comuni possono adottare un regolamento per assicurare il corretto insediamento urbanistico e territoriale degli impianti e minimizzare l’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici”.

La prima sentenza è stata oltretutto recentemente richiamata da una seconda pronuncia della Corte Costituzionale, la sentenza n. 407 del 26 luglio 2002, che “in una vicenda analoga, a proposito dei limiti massimi di esposizione ai campi elettrico e magnetico, ha ritenuto non incostituzionale una disciplina regionale, specie a considerare che essa se, da un canto, implica limiti più severi di quelli fissati dallo Stato, non vanifica, dall’altro, in alcun modo gli obiettivi di protezione della salute da quest’ultimo perseguiti”.

Con la sentenza n. 303 del 25 settembre 2003 la suprema Corte ha nuovamente affermato la competenza regionale annullando in questo caso l’ingerenza da parte dello stato operata mediante il citato Decreto Legislativo 198/2002 (decreto cd. Gasparri).

Rispetto alle competenze stabilite nella normativa antecedente al decreto cd. Gasparri, che prevedeva la possibilità da parte delle Regioni di individuare i siti idonei alla costruzione di impianti di telecomunicazione e di decidere le modalità di rilascio dei relativi permessi oltre a stabilire gli standard urbanistici, il Decreto cd. Gasparri riservava alle Regioni solamente la facoltà di porre eccezioni in sede di apposita conferenza di servizi.

Contrariamente a quanto stabilito dall’art. 117 Cost., l’articolo 3, comma 2 (Infrastrutture di Telecomunicazione) del Decreto cd Gasparri creava una deroga assoluta rispetto agli strumenti urbanistici di competenza regionale e comunale.
L’art. 117 della Costituzione italiana, così come recentemente riformato, demanda alla potestà legislativa dello Stato: la tutela dell’ambiente e dell’ecosistema; demanda alla potestà legislativa concorrente tra Stato (limitatamente ai principi fondamentali) e Regioni (per ogni altro aspetto): la tutela della salute, il governo del territorio, l’ordinamento della comunicazione, del trasporto e della distribuzione nazionale dell’energia; demanda alla potestà legislativa esclusiva delle Regioni ogni altra materia non riservata espressamente alla legislazione statale.

Infatti, tale Decreto cd Gasparri statuiva che: “Le infrastrutture di cui all’art. 4, ad esclusione delle torri e dei tralicci relativi alle reti di televisione digitale terrestre, sono compatibili con qualsiasi destinazione urbanistica e sono realizzabili in ogni parte del territorio comunale, anche in deroga agli strumenti urbanistici e ad ogni altra disposizione di legge o di regolamento.”

Pertanto erano da ritenersi implicitamente “abrogate” tutte le Leggi Regionali ed i Regolamenti comunali in materia di costruzione di antenne e altre infrastrutture di telefonia e radio telecomunicazione. Al contrario, nelle proprie motivazioni con la sentenza 303/2003 la Corte Costituzionale afferma testualmente che il Decreto Gasparri è illegittimo per eccesso di delega laddove “il vizio di eccesso di delega può essere addotto solo quando la violazione denunciata sia potenzialmente idonea a determinare una vulnerazione delle attribuzioni costituzionali delle Regioni o Province autonome ricorrenti (sentenze n. 353 del 2001, n. 503 del 2000, n. 408 del 1998, n. 87 del 1996).

Nella specie non può negarsi che la disciplina delle infrastrutture di telecomunicazioni strategiche, che si assume in contrasto con la legge di delega n. 443 del 2001, comprima le attribuzioni regionali sotto più profili. Il più evidente tra essi emerge dalla lettura dell’art. 3, comma 2, secondo il quale tali infrastrutture sono compatibili con qualsiasi destinazione urbanistica e sono realizzabili in ogni parte del territorio comunale anche in deroga agli strumenti urbanistici e ad ogni altra disposizione di legge o di regolamento.”

Pertanto, alla luce di tale sentenza, nonché ai sensi della legge quadro n.36/2001, tutte le leggi regionali e i relativi regolamenti comunali in contrasto con l’entrata in vigore del Decreto Gasparri sono pienamente in vigore.

Ne può valere l’obiezione che le norme dichiarate illegittime sono state sostituite dal nuovo codice delle comunicazioni elettroniche (D.lgs 1 agosto 2003 n.259 pubb. in G.U. 15 settembre 2003).

Questo provvedimento recepisce alcune procedure operative per il rilascio delle autorizzazioni e per le modalità di installazione già fissate dal cd decreto Gasparri. Infatti, la stessa Corte nel decretare l’illegittimità costituzionale del decreto Gasparri specifica che “a nulla rilevando, in questo giudizio, la sopravvenuta entrata in vigore del d.lgs 1 agosto 2003 n.259 recante il codice delle comunicazioni elettroniche che riguarda in parte la stessa materia”.

Certamente laddove vi fosse ingerenza da parte di tali norme sulle competenze regionali questa non potrebbe che essere illegittima sotto il profilo costituzionale e, pertanto, tutti gli impianti presenti o futuri che non rispettano gli strumenti urbanistici locali e/o la normativa regionale sono o saranno da ritenersi illegittimamente edificati e dunque abusivi.

I limiti di cautela sono sempre i 6 V/m e 0,20 micro Tesla

 

L’eccesso di radiazione elettromagnetiche sono causa di gravi o gravissime malattie, sarebbe opportuno saperne di più e possibilmente da tecnici o enti non politicizzati o strumentalizzati.

 

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Auguri e buone letture.

 

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